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Around Suburban Churches


Proseguendo nel lavoro di indagine fotografica sul paesaggio urbano legato alle periferie di Roma, questa volta la ricerca mi porta ad esplorare il territorio intorno ai complessi parrocchiali che furono realizzati, su iniziativa dell'Ufficio dell'Opera Romana per la Preservazione della Fede e la Provvista di Nuove Chiese (struttura operativa del Vicariato di Roma fondata nel 1930) a partire dall’anno 2000, anno del Grande Giubileo svoltosi durante il pontificato di Giovanni Paolo II.

Il lavoro segue le indicazioni di un prezioso volume dal titolo “Chiese della periferia romana 2000-2013", da cui sono tratte la maggior parte delle informazioni sulle singole chiese e che raccoglie gli esisti dei concorsi nazionali e degli incarichi diretti dall'Ufficio Pontificio, considerando il periodo che va dall'anno del Grande Giubileo del 2000 al 2013, ricorrenza del diciassettesimo secolo dell'editto di Costantino, anno della nascita ufficiale del Cristianesimo nella città di Roma (Marco Petreschi e Nilda Valentin - Electa, 2013).

Nelle intenzioni dei progettisti, queste nuove chiese si collocano all’interno del territorio sostituendo le biblioteche, le piazze e i centri commerciali, perseguendo l’intento di rafforzare, o meglio di costruire, un fattore identitario per ciascun quartiere ubicato nelle aree periferiche urbane della città.

Al pari delle infrastrutture di scambio o degli shopping malls, anche le chiese vengono concepite all'interno degli strumenti urbanistici più recenti, con lo scopo di realizzare nuove forme di centralità urbana in periferie rese del tutto autosufficienti rispetto al resto della città, con quartieri dotati di scuole, centri parrocchiali, biblioteche di quartiere, parchi, centri sportivi, cinema, teatro, sale per esposizioni, ecc. Inutile dire che il nobile intento sia quasi sempre tradito nel seguito per il sostanziale abbandono dei territori da parte delle diverse amministrazioni che si succedono nel tempo.

A dire il vero, nelle periferie, già a partire dalla seconda metà egli anni ’70 del ‘900 si era cercato, con la creazione di nuovi centri parrocchiali, di tamponare la mancanza cronica dei servizi sociali più importanti e ancora alla fine degli anni ottanta del Novecento, con la costruzione dei nuovi complessi parrocchiali, si perseguiva il tentativo di creare degli spazi comunitari che dovevano fornire nuovi valori ambientali e sociali ai quartieri periferici senza servizi e con un alto tasso demografico. In questo ambito, il Comune di Roma e la Pontificia Opera per la Preservazione della Fede programmarono un progetto per l’edificazione di 50 nuove chiese da realizzarsi alla periferia cittadina oltre all’edificazione di nuove piazze e fontane per rinsaldare un anonimo connettivo urbano. Con queste iniziative la Diocesi di Roma insieme al Comune tentava di ricucire dei brani di città ormai degradati e, al contempo, di orientare la crescita e lo sviluppo degli insediamenti di nuova costruzione.

Partendo da questi stessi presupposti, in occasione dell’anno giubilare del Duemila sono partite (dall’amministrazione comunale, congiuntamente alla Pontificia Opera per la Preservazione della Fede) diverse iniziative volte a coinvolgere grandi architetti e artisti di fama internazionale per firmare i nuovi progetti di chiese e centri civici e che formano oggetto di questo progetto Alcune di queste peraltro sono firmate da architetti di fama internazionale (tra le opere realizzate spiccano i lavori di Marco Petreschi, Richard Meier, Antonio Monestiroli, Alessandro Anselmi, Italo Rota, Francesco Garofalo).

Degli edifici presi in considerazione probabilmente il lavoro più conosciuto è la Chiesa 'Dives in Misericordia', progettata dall’archistar internazionale Richard Meier e inaugurata il 26 ottobre el 2003, precedente originale nella storia dell'edilizia di culto.


Around Shopping Malls



Le immagini proposte nel progetto “around shopping malls” documentano e cercano di raccontare il territorio intorno ai più noti centri commerciali della Capitale.
I Centri Commerciali, realizzati secondo concept “globali” sono luoghi di aggregazione di quantità importanti di persone, le quali acquisiscono una nozione del luogo limitata ai locali che visitano, proiettati in una dimensione di interni luminosi e appariscenti assai stridente con il contesto urbano nel quale i malls sono inseriti, di cui non riescono invece minimamente a rendersi conto.
Non si tratta di “non luoghi”, ma anzi, come qualcuno li ha definiti, di “Superluoghi”. “Contrariamente ai non-luoghi, essi rivendicano una forte identità e una capacità d'attrazione: si distinguono come landmarks che dominano il territorio in cui sono inseriti, determinando, allo stesso tempo, una frattura rispetto alla città storica. Il prefisso super mette l'accento sulla loro funzione polivalente, e al contempo li oppone ai non-luoghi: piuttosto che zone d'ombra nel panorama cittadino, si sono affermati come icone di una nuova centralità.” (Federico Castigliano - Flaneur)
Spesso, invece, anche il territorio che circonda questi Superluoghi ha una storia da raccontare, assai frequentemente fatta di un uso e consumo “distorto” del territorio, fuori da una concezione urbanistica pianificata e ancor più spesso oggetto di interventi di speculazione edilizia.
Le foto sono state realizzate in sessioni di ripresa diverse e i luoghi sono sempre stati raggiunti (qualche volta non senza difficoltà) attraverso il sistema del trasporto pubblico locale e senza mai utilizzare l’automobile e le aree di parcheggio dei Centri, con l’intento di vivere una esperienza di avvicinamento graduale e progressivo al quel particolare tessuto urbano.
Ogni sessione è accompagnata dal rimando ad un testo giornalistico di inchiesta che approfondisce la narrazione del luogo.

Nodi Intermodali



Il trasporto intermodale è caratterizzato da apposite strutture di interscambio, detti nodi intermodali, in cui è possibile cambiare il mezzo di trasporto utilizzato per il trasporto della merce o per il trasporto passeggeri. I nodi intermodali di scambio.
L'importanza di un nodo intermodale è determinata dal numero di infrastrutture di trasporto a disposizione, dal massimo volume di traffico sostenibile nel nodo e dalla sua ubicazione geografico-strategica lungo le principali rotte di trasporto commerciale. (https://www.okpedia.it/trasporto_intermodale)

Nei centri urbani, i nodi intermodali sono terminali di scambio tra trasporto urbano, trasporto interurbano e trasporto metropolitano e/o ferroviario.
Potrebbe essere facile etichettare questi luoghi come “non luoghi” e classificare questo progetto come un progetto sui “non luoghi”; invece il tentativo vuole essere quello di documentare e raccontare il territorio, con un intento certamente oggettivo, ma anche filtrato da una sensibilità fotografica che cerca di restituire una esperienza di immersione progressiva e graduale nel luogo, dove oltre alle infrastrutture si finisce per trovare un contesto urbano destrutturato, una composizione variegata di elementi spesso distonici tra loro, storie estemporanee o ricorrenti di persone anche molto diverse tra loro.


Ritratti in Metro



Tra il 1938 e il 1941 Walker Evans, fotografo statunitense, e James Agee (scrittore e giornalista) collaborarono alla realizzazione di uno dei più provocatori libri della letteratura americana del tempo: “Let Us Now Praise Famous Men”, un racconto illustrato della vita di tre famiglie di mezzadri nella Hale County, in Alabama. Mentre lavoravano a quel libro, i due realizzarono un’altro progetto, certamente meno conosciuto, ma molto interessante e sicuramente importante, anche come declinazione del genere fotografico di Walker: una sorta di “catalogazione” dei passeggeri della metropolitana di New York utilizzando una fotocamera nascosta, da cui nacque la pubblicazione "Many are called".

Si potrebbe dire, a ragione, che tutto è stato ormai fotografato e ogni idea che sviluppiamo o che ci viene in mente, andando a ritroso nel tempo, trova probabilmente già qualcuno che l'ha sviluppata, in un progetto più o meno strutturato. E' il caso di questa serie di fotografie di ritratto di strada, prese viaggiando sulle metropolitane di diverse città e con l'idea di farlo divenire un appuntamento fisso nei mie viaggia all'estero.
In questo lavoro c'è molto dell'intento originario di Walker, ovvero lo spirito di immortalare sconosciuti viaggiatori in metropolitana con l'intento di cogliere attimi di quotidianità che siano in grado di descrivere un luogo: "molti sono chiamati", dunque, a dipingere un affresco della loro città, fornendo un repertorio di volti e situazioni che hanno la forza di raccontare un insieme antropologico e sociale.

Fu proprio questo aspetto, probabilmente, che attirò anche il nostro fotografo americano, abituato alla fotografia documentaria commissionata su tanti argomenti, alcuni anche lontani dalla vita di tutti i giorni, quando si accinse a fotografare, con una fotocamera nascosta dietro al cappotto, volti e situazioni nella metropolitana di New York. Anche il lavoro sulla metropolitana di New York mantiene un approccio documentario che riguarda le masse, anche nelle normali abitudini di vita e senza particolati intenzioni o messaggi politici. Negli anni dal 1920 al 1940, quando molti fotografi mostravano, attraverso il documento fotografico, la sofferenza popolare della grande depressione e il mondo duro del lavoro, Evans, al contrario, cercava la massima obiettività visiva possibile, in una sua continua ricerca per il quotidiano popolare.

Questo è assolutamente vero anche per me che, in questo progetto, certamente facilitato tecnicamente dalla presenza, oggi, degli smartphone, che consentono una ripresa discreta, cerco di fissare le persone in un momento assolutamente insignificante, sotto il profilo narrativo, ma assolutamente significativo dello svolgersi contingente della vita.


Walker Evans (Saint Louis, 3 novembre 1903 – New Haven, 10 aprile 1975) diventò celebre per aver immortalato gli Stati Uniti della crisi economica degli anni trenta. La sua fu una fotografia sociale, documentaria e di denuncia, tanto della condizione umana, quanto di quella strutturale. I suoi soggetti erano spesso i volti della gente, così come le case e i paesaggi in cui abitavano.
Evans studiò in Pennsylvania, Connecticut e Massachusetts, prima di trasferirsi per un anno a Parigi, per poi ritornare negli Stati Uniti e stabilirsi definitivamente a New York per tentare di sfondare nel campo della letteratura.
Nel 1930, dopo vani tentativi di diventare uno scrittore professionista, decise di dedicarsi alla fotografia. Il suo reportage su Cuba (1933) durante la rivolta popolare contro il dittatore Machado costituisce tutt'oggi un eccezionale documento storico.

https://www.americansuburbx.com/2013/05/walker-evans-many-are-called-1938.html


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