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Santa Brigida di Svezia (2019)


La chiesa

Il complesso parrocchiale di Santa Brigida è pensato perché si presenti quale forte segno urbano, in un contesto privo di alcuna connotazione. Particolare attenzione è stata posta dai progettisti a privilegiare la riconoscibilità della "presenza religiosa". Segno fondante il progetto è il muro che delimita il fronte principale della chiesa e del complesso parrocchiale e che si innalza fino a divenire il campanile. Si è tenuto inoltre conto delle diverse quote altimetriche dell'area di progetto per collocare le relative volumetrie su due livelli, impostando la chiesa, le opere e la casa canonica al livello superiore e destinando il piano sottostante alle aule e al salone parrocchiale. Relativamente all'edificio-chiesa si segnala come il volume dell'aula non sia stato concepito solo privilegiando la logica del collegamento visivo ingresso-altare ma sia stato cercato anche un coinvolgimento dinamico dello spazio, che orienti verso il cuore dell'azione liturgica secondo una logica che partendo dal sagrato trova la sua conclusione nel presbiterio, collegato direttamente alla sacrestia e alla feriale. Si è posta inoltre gran cura nella scelta dei materiali utilizzati, sia per le finiture esterne che per quelle interne. ln quest'ottica la volontà di una chiara identificazione delle varie identità del complesso parrocchiale ha suggerito l'utilizzo di materiali che richiamassero i colori della campagna romana a favore di un dialogo cromatico e tipologico tra l'edificio e il suo intorno. ln particolare è stato previsto l'utilizzo del mattone sia per la finitura esterna che interna delle pareti perimetrali ad andamento curvilineo; del travertino per le pavimentazioni, le copertine, le soglie e gli imbotti e di una finitura a intonaco per te murature. La copertura sarà realizzata con elementi prefabbricati in cemento armato adatti a coprire luci di lunghezza considerevole, lasciando così l'aula libera da pilastri e favorendo la visione unitaria e continua dello spazio liturgico.

Il quartiere di Palmarola nella Borgata Ottavia

Palmarola è una frazione della più estesa borgata Ottavia, alla periferia Nord Ovest di Roma. La borgata si divide in due parti: la prima è la zona di Ottavia, che si snoda attorno alla parte settentrionale della strada principale via di Casal del Marmo per finire nella zona di Palmarola, mentre la seconda, chiamata Ipogeo degli Ottavi, si sviluppa attorno all'area dell'omonima stazione ferroviaria.
La borgata ha preso il nome dai ritrovamenti archeologici del sepolcro gentilizio degli Ottavi, di epoca romana, rinvenuto nel 1920 (l’Ipogeo degli Ottavi).
Il quartiere di Palmarola si presenta come un “un fantasma senza identità”, senza un carattere definito, con tanti cantieri ancora aperti e lo sguardo proteso verso la conquista delle nuove aree edificabili verso ed oltre il Gran Raccordo Anulare.
Tutto procede in assenza dei servizi basilari e anche per gettare l’immondizia è necessario fare chilometri e usare la macchina, come lamentano i residenti.
In molte delle nuove palazzine gli appartamenti sono vuoti o «invenduti», come accade sempre più spesso nelle zone di periferia dove anche il senso di comunità presenta buchi vistosi.
Ancora troppo debole è l’organizzazione dei servizi residenziali e commerciali necessari a rendere autosufficiente la vita di quartiere, considerando il suo sostanziale isolamento dal resto della città, soprattutto per quello che riguarda il trasporto pubblico. La mobilità inciampa quotidianamente in un piano di viabilità ancora incerto, con le strade disegnate intorno ad un assetto ancora troppo indefinito del territorio.
Le aree verdi sono perimetri marcati male e lasciati incurati a se stessi e ci si rende conto che l’unico punto di riferimento certo è la progressiva cementificazione del quartiere, intorno alla quale si realizza il progressivo definirsi di una fisionomia ibrida ed informe dove anche ogni aiuola sa di cantiere e cemento.
A Palmarola non può dirsi di respirare il degrado ed anzi le condizioni generali sono assai migliori di quelle di altre zone periferiche. Si respira invece quella tipica aria romana di precarietà che spesso sfocia in desolazione, quando ti rendi conto dell’esistenza di un cattivo disegno che stenta a delinearsi e sono troppe le cancellature che bucano il foglio. 
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