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San Gabriele Dell'Addolorata (2019)



La chiesa

Il complesso parrocchiale di San Gabriele dell'Addolorata, progettato dall’Architetto Giovanni Testa e realizzato tra il 2007 e il 2010, offre una chiara riconoscibilità e diretta percezione della presenza religiosa nel contesto ospitante, evitando volutamente i rischi derivanti da una eccessiva monumentafizzazione dell'opera. Le dimensioni rdotte del lotto hanno indirizzato i progettisti a sfruttare al massimo l'area, rispettando i distacchi minimi dal confini. Ne consegue che il disegno complessivo dell'opera risente abilmente della geometria e della giacitura dei confini stessi, che assumono quasi ruolo di direttrici formali e funzionali del progetto. I volumi destinati a ospitare le attività parrocchiali — residenziali, pastorali e assistenziali si sviluppano in modo tale da poter Inserirsi coerentemente nel contesto urbano e sono stati resi volutamente distinguibili dal corpo ospitante la chiesa che invece si sviluppa lungo un asse ruotato di 45 gradi rispetto a! tessuto urbano circostante. L'ingresso rivolto all'abitato circostante si percepisce in modo chiaro e forte, e l'ampio spazio esterno che ne dà lettura, tende a essere come un ai percorsi di accesso che guidano verso l'aula liturgica. Il volume delta chiesa è stato concepito cercando un coinvolgimento dinamico dello spazio interno, orientato verso cuore dell'azione liturgica. Si è cercato inoltre di intercettare la luce naturale con lucernari posti sia lungo i fianchi dell'aula che sull'area dell'altare. La sagrestia, collocata alle spalle del presbiterio, è collegata direttamente a esso e contemporaneamente agli uffici parrocchiali, per favorire, sia pur con la necessaria riservatezza, il colloquio tra sacerdote e fedeli. Il tabernacolo è collocato nella cappella feriale che volutamente d:stinta ma collegata internamente — gode comunque di un ingresso indipendente. L'edificio destinato a ospitare le opere assume il ruolo di cerniera tra il tessuto dei quartiere e il complesso parrocchiale con il quale è in stretto rapporto sia volumetrico che funzionale.

il quartiere Don Bosco - Cinecittà

Il Quartiere Don Bosco sorge tra la Via Tuscolana e la Via Casilina e deve il proprio nome alla Basilica di San Giovanni Bosco, costruita in questa zona tra il 1952 ed il 1964.
La zona, prima di essere urbanizzata, era nota, così come genericamente l'area della Tuscolana oltre Porta Furba, con il nome di Quadraro. Oggi con quel nome si indica l'area dove sorge l'insediamento urbano più antico della zona, circoscritto dalle vie Tuscolana, Casilina e di Centocelle. 
Originariamente la zona era parte della Campagna Romana, alle pendici dei castelli, finché, nel 1931, nell'area, iniziò la costruzione dei grandi stabilimenti cinematografici di Cinecittà, terminati nel 1936. Tra il 1937 ed il 1938 fu inoltre costruito, di fianco agli stabilimenti, l'edificio sede dell'Istituto Luce. La zona fu quindi strettamente legata al cinema e agli stabilimenti e per tanto tempo è lì che si cercavano molte delle comparse per i film girati a Cinecittà.
Nel 1952, come detto, venne costruita la la Basilica di San Giovanni Bosco che diede poi il nome al Quartiere. E' intorno ad essa che si sviluppò il nuovo quartiere, in gran parte promosso dai Salesiani. Così nel 1961 l'area divenne ufficialmente il Quartiere Don Bosco, staccandosi dal Suburbio Tuscolano. La zona ebbe una notevole sviluppo dal punto di vista sia edilizio che demografico, abitata molto densamente soprattutto lungo la Via Tuscolana.
Negli anni Ottanta, arrivò la Linea A della Metropolitana, che segnò la fine dell'esistenza del cosiddetto "tranvetto dei Castelli" che percorreva la Tuscolana.
Nel corso della sua vita tutta la zona lungo la via Tuscolana, a partire dal quartiere Appio Latino, sino a Cinecittà, è stata un esempio di scuola della speculazione edilizia che ha stravolto l’agro romano. E' la classica storia delle famiglie proprietarie dei terreni e qui inizia con i Torlonia che, da famiglia di umili origini contadine, proveniente dalla Francia, conquistò in breve tempo, grazie a Giovanni e al figlio Alessandro, un posto di gran rilievo nei possedimenti fondiari, tanto da divenire, negli anni '30 del '900, la seconda famiglia più ricca dopo i Borghese. Qui nella zona, la famiglia Torlonia acquistò la proprietà di Roma Vecchia, un latifondo di circa 1.750 ettari che va dall'Alessandrino al Quadraro, da Torre Spaccata all'Acqua santa, dalla villa dei Quintili a Lucrezia Romana, diventando, con i Gerini e i Caetani, la terza delle grandi famiglie latifondiste di questa parte dell’Agro romano.
Dentro i casermoni e alle palazzine di cemento che hanno soppiantato la campagna, ha vissuto per decenni un’umanità che ha sempre lottato per migliorare il quartiere “dormitorio” e per conquistare i servizi che mancavano e quei luoghi che, anche se urbanisticamente non belli, hanno ora un loro intimo fascino legato a chi li abita e li ha abitati. Don Bosco è forse uno dei quartieri di Roma ad aver meno subito l'abbandono da parte dei suoi abitanti delle origini e molti, pur trasferitisi, hanno lasciato qui le proprie radici.
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