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San Pio da Pietrelcina (2019)


La Chiesa

Progettata dall’Architetto Alessandro Anselmi, la chiesa si presenta in pianta come un rettangolo di proporzioni 2x1 con l'altare al centro del lato maggiore. Tale posizione, apparentemente inconsueta nelle chiese a pianta longitudinale, è in sintonia con i documenti conciliari per i quali — costituendo l'insieme dei fedeli una "comunità" è necessario che essa usufruisca di una forma idonea per raccogliersi intorno al celebrante senza particolari gerarchie di posizione, cosa impossibile nel tradizionale impianto basilicale. ln alzato la chiesa è definita da curve che si disegnano su piani verticali collocati in corrispondenza dei lati maggiori del triangolo di base; la superficie rigata che unisce l'insieme di queste curve, costituisce la copertura dell'aula. È facile individuare la grande forza simbolica che nasce dalla complessità di questa geometria, che rimanda al rapporto dialettico tra l' Uno e il Molteplice, categorie fondanti la cultura occidentale. Lasciando alla teologia la riflessione sugli sviluppi di questa dialettica e restando nel merito dell'architettura, è fuori di dubbio che tanta parte della produzione ecclesiale nasca a partire da questa concezione religiosa del mondo. Le piante basilicali e le sezioni tripartite che unificano concettualmente gli schemi longitudinali con quelli centrali, rappresentano la tradizione alla quale questo progetto fa riferimento. Non è un caso se il segno fondante la natura del progetto è la sezione, intesa come massima rappresentazione della spazialità simbolica del progetto stesso (la sezione diviene facciata collegandosi in questo a una aspirazione centenaria del progetto ecclesiale). Qui non vi è simmetria: lo spazio fluisce libero nella complessità geometrica essendo tuttavia diretto verso l'unicità della volta che protegge il luogo sacro del presbiterio. Alla maniera barocca, un grande "manto" si piega e avvolge l'assemblea dei fedeli creando un'architettura di pura luce dove la meditazione e soprattutto la preghiera possano trovare con naturalezza il proprio luogo.

Il quartiere di Malafede o Giardino di Roma

Via Charlot, Via Stanlio e Ollio, Via Troisi, Via Mastroianni, Via Paolo Stoppa e tanti altri attori e personaggi dello spettacolo compongono la toponomastica di questo singolare quartiere, situato su Via di Malafede, tra la Via Cristoforo Colombo e la Via Ostiense. Amministrativamente è il primo quartiere del Municipio X per chi da Roma va verso Ostia.
A vederlo per la prima volta, non da una cattiva impressione: c’è molto verde e si respira una buona aria quasi di campagna.
E’ un quartiere giovane, la cui costruzione è iniziata nei primi anni del 2000 e che, come molti altri quartieri periferici della città, gode di scarsa attenzione del Comune e soffre, per questo, della difficoltà dei collegamenti. Eppure nasce per essere una delle nuove stazioni della linea metropolitana Roma-Lido, per ora ancora non arrivata, per cui una sola linea pubblica - lo 013 - ora collega, ogni 30 minuti, il quartiere con la vicina Acilia.
Il quartiere è stato edificato quasi integralmente dal Gruppo Caltagirone e ha una storia urbanistica abbastanza singolare: nasce infatti come Consorzio privato con lo scopo di gestire e mantenere le opere pubbliche fino alla loro consegna al Comune di Roma. Tra il 2014 ed il 2015 quasi tutte le opere pubbliche sono state cedute al Comune di Roma, anche se tutt’oggi i proprietari degli immobili sono obbligati ad aderire al Consorzio al momento della compravendita e a versare, conseguentemente, le quote per garantire la gestione e la manutenzione dei vari lotti funzionali del quartiere (verde, illuminazione, strade, depurazione acque reflue, ecc). Nel 2007, nel tentativo di darsi una “giurisdizione” normale, si è formato un Comitato di Quartiere, con lo scopo di dare voce agli abitanti e di recuperare lo status di “cittadini normali”.
Nel 2013, però, il Consiglio Direttivo lo ha trasformato in associazione culturale e la sua attività civica si è progressivamente trasformata in attività ludico ricreativa.
La storia ci dice che il nome di "Malafede” (che fino al secolo XVI corrispondeva a parte del territorio di Trefusa posseduta da Bertoldo Orsini e ceduta insieme ad altri ai Lante nel 1542) deriva da un edificio addossato ad una torre, tra il Tevere e la via Ostiense, di cui adesso non vi è più traccia.
Dagli inizi del XIX secolo il nome venne trasferito ad un casale poco distante, tuttora presente, chiamato "Osteria di Malafede", luogo di ritrovo e di ristoro dei cacciatori del tempo. La zona, densamente popolata durante l'Impero romano perché a metà strada tra Roma ed Ostia, divenne totalmente disabitata durante lo Stato Pontificio.
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