industria dismessa

Il cotonificio Amman di Pordenone (8 febbraio 2009)
L'idea di un reportage in uno stabilimento industriale dismesso mi viene dalla lettura di un articolo proprio sul cotonificio Amman di Pordenone.
Vado spesso a Pordenone ultimamente e così decido di tentare il mio primo reportage di senso compiuto.
Inizio così a ricostruire le informazioni necessarie per costruire il progetto.
Nel giro di una settimana metto a punto una scheda informativa sul luogo, sulle sue caratteristiche, sulla sua storia.
Il cotonificio Amman di Borgomeduna fa parte della realtà architettonica e produttiva del comune di Pordenone dal 1875, anno della sua fondazione. Il complesso è frutto di un linguaggio architettonico caratteristico di questa tipologia di insediamenti produttivi: una serie di padiglioni a capanna che caratterizzano il prospetto principale, che si susseguono sino ad essere interrotti dalla torre dell'orologio, simbolo del tempo del lavoro. Tutt'oggi l'edificio si presenta con la maggior parte delle caratteristiche originarie presentando ancora intatte le modanature in mattone facciavista a contorno delle più vaste campiture intonacate. Persi, a causa dei progressi tecnologici, tutti i sistemi idraulici interni al complesso, rimane ancora inalterato il canale perimetrale all'opificio, realizzato tra il 1904 ed il 1906 e caratterizzato da un imponente salto di più di 10 metri. Il cotonificio, nel suo sviluppo e nella sua crescita storica, è stato una cittadella della produzione, isolata all'interno della città: un mondo controllato, chiuso su due lati da un importante sistema acqueo e sugli altri da alti muri di recinzione. Le attività produttive sono nate agli inizi degli anni '90 e, con la loro conclusione, è iniziato un inesorabile processo degenerativo che ha coinvolto tutti gli ambiti architettonici dell'insediamento. Quello che un tempo era uno degli stabilimenti più importanti della zona, insignito dello stemma reale per la qualità dei prodotti, oggi si mostra come un luogo abbandonato, dove il degrado lascia ogni giorno ferite più imponenti su di un fragile sistema architettonico ed urbano.
L'idea progettuale sulla base della quale è costruito il reportage, quindi, è quella di lavorare proprio sul degrado dei luoghi, in una dimensione, tuttavia, che non ne metta in evidenza l'aspetto decadente, quanto invece cerchi di far rivivere, anche attraverso i coloratissimi graffiti murali, la dimensione sociale dell'edificio, originariamente luogo di lavoro e di lotte operaie, ora decadente luogo di espressione creativa, dove mettere in evidenza il contrasto tra l'industria dismessa e il tentativo di mantenere comunque in vita la struttura dandole colore e conferendole, nel complesso, una dimensione surreale, ma profondamente viva.
Decido così di recarmi lì dopo un giorno di pioggia, per riprendere non soltanto quello che c'è, ma anche gli splendidi riflessi pieni di colore che si creano sulle pozze di acqua piovana infiltrata.
Così il cotonificio prende effettivamente vita e pur essendo, gli scatti, privi si presenza umana, questa sembra trasparire con forza come se i fantasmi di coloro che vissero e lavorarono in quei luoghi volessero ancora oggi accompagnarci in una visita guidata.
La mia attrezzatura è composta dalla Canon EOS50D corredata di un 18-250, di un grandangolo 11-18, e di un 50 fisso.
I set base di ripresa sono fondamentalmente tre: gli ampi spazi dei luoghi di produzione, dove mettere in evidenza le imponenti e particolari strutture; i colorati graffiti murali, da mettere in risalto nel loro linguaggio trasgressivo e narrativo; i riflessi delle architetture nelle pozze d'acqua piovana.
Un quarto set, residuale rispetto al progetto narrativo principale, è costituito alcune (poche) riprese in esterno, caratterizzate dal bianco e nero che mette in evidenza l'aspetto più evidente della decadenza dell'edificio, in contrapposizione ai colori volutamente saturi degli interni.
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