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Santa Maria Madre dell'Ospitalità (2019)



La chiesa

La chiesa è stata progettata dagli Architetti Flavio Coppola e Marco Ischiboni e realizzata tra il 2007 e il 2009; si presenta in una dimensione poliedrica, riunendo in un unico edificio la semplicità di una basilica paleocristiana, la forza di un organismo romanico, la luminosità e la spiritualità di una fabbrica gotica, la razionalità e la nitidezza rinascimentale, la creatività barocca (dal discorso di consegna della chiesa al cardinal Vallini, durante il rito di Consacrazione). Il complesso parrocchiale di Santa Maria Madre dell'Ospitalità si attesta su un lotto di 8650 metri quadrati di cui 623 destinati all'aula liturgica con annessi locali parrocchiali propriamente detti - la canonica, due abitazioni destinate al "disagio abitativo", la grande sala teatro — e una serie di spazi accessori: la palestra e la ludoteca. Un ampio cortile porticato costituisce l'elemento di connessione tra diversi corpi di fabbrica; è caratterizzato da piccoli piloni prismatici rastremati, che si plasmano dolcemente nelle possenti membrature che segnano l'impianto della chiesa caratterizzato dai due propilei in pietra leccese che inquadrano il portale. L'aula a pianta centrate si articola lungo l'asse che collega l'altare al fonte battesimale, situato in prossimità della porta. La connessione visiva tra questi elementi è realizzata con l'uso di diversi materiali nella pavimentazione, nell'andamento a vela del contro soffitto e dai corpi illuminanti a sospensione che attraversano assialmente lo spazio. I poli liturgici principali — altare, ambone, battistero, sedute per i ministranti - sono realizzati in travertino romano dell'area di Tivoli, con finitura a spacco di cava. L'altare è composto da un basamento monolitico a tarsia musiva blu e oro, che sorregge la mensa, levigata e lucidata. Il battistero a pianta ottagonale è stato concepito dimensionalmente atto a esercitare anche il battesimo per immersione. Per l'ambone invece, la cui superficie — per scelta dei progettisti deve distinguersi da quella dell'altare e del battistero, è stata usata una lastra di pietra orna, quasi completamente ricoperta da foglie fossili, una vera opera d'arte naturale.


Il quartiere di Villa Verde a Torre Gaia

Scendendo dalla Metro C, alla fermata di Grotta Celoni, per arrivare alla chiesa di Santa Maria dell'Ospitalità occorre dirigersi verso via del Torraccio e, per questo, è necessario attraversare il Villaggio Breda, percorrendo, per tutta la sua interezza, via Ernesto Breda, fondatore della “Società Italiana per Costruzioni Meccaniche”.
La Società Breda, fondata a Milano nel 1866, fu una delle industrie di primo piano della meccanica italiana e, già nella prima guerra mondiale del 1915-1918 cominciò a produrre armamenti e altri strumenti bellici diventando impresa di primo piano. La prima fabbrica nacque a Brescia e, nel 1931, divenne un grande stabilimento. Nel 1938 le esigenze del Governo fascista individuarono Roma, nella zona di Torre Gaia, il luogo ideale per costruire un nuovo e più ampio stabilimento nel quale costruire armi automatiche, antiaereo, cannoncini e mitragliatrici. Il 27 Maggio 1939 Mussolini posò la prima pietra del Villaggio al centro dell’area dove sarebbero sorti i nuovi edifici industriali, per mano dell’Istituto Fascista Autonomo Case Popolari (IFACP). Nel Gennaio del 1941 i fabbricati dei primi lotti cominciarono ad essere abitati. L’opera prevedeva la realizzazione di 480 alloggi, basati su criteri di realizzazione semplici ed economici, con edifici di due o tre piani, dai colori ispirati dal territorio agreste circostante. La costruzione dei primi due lotti, iniziata nell'estate del 1939, durò un anno e mezzo, mentre per terminare l’intero Villaggio ci vollero nove anni.
Nel secondo dopoguerra la fabbrica di armi venne chiusa e il Villaggio Breda perse la funzione originaria per il quale era nato, anche se rimase praticamente immutato fino ai giorni nostri, presentando la tipica caratteristica edificatoria delle borgate di origine popolare.
Attraversato il Villaggio Breda, si imboccata infine la Via del Torraccio e subito ci si rende conto di come, percorrendola, ci si allontani progressivamente dall'area urbana per immergersi all'interno di uno scampolo della campagna romana fino a giungere al Villaggio dell’ospitalità, adiacente alla chiesa, che da anni assiste ed accoglie famiglie in difficoltà. Accoglienza, ospitalità, ma non assistenza: le famiglie accolte nel villaggio, infatti, compiono con un percorso finalizzato al raggiungimento di una piena autonomia economica e abitativa. Proseguendo su Via del Torraccio, oltrepassata la chiesa, si arriva all'insediamento di Villa Verde, scoprendo, ancora una volta la straordinaria capacità della città di cambiare volto in una manciata di chilometri.
L’area “Due Torri – Villa Verde” ricade nel territorio del VIII Municipio, nella zona “O” n.26 . La zona è caratterizzata da una nuova residenziali piuttosto ordinata con edifici bassi, in una isolata area circondata da aree agresti attraverso i quali lo sguardo si perde verso l’area di Tor Vergata da un lato e verso i Castelli romani dall'altra.
Ci troviamo all'interno della più vasta area di Torre Gaia, una piccola porzione di territorio posta a sinistra della via Casilina e incuneata fra le odierne zone toponomastiche denominate Torre Angela, Tor Bella Monaca, Grotte Celoni e Villa Verde. Oggi il cuore di Torre Gaia costituisce una zona residenziale, sempre più interessata dall'espansione edilizia con la progressiva e completa saturazione dei pochi spazi ancora liberi.
In un piccolo opuscolo anonimo edito nel 1933 per conto della S.A.I.A. dell’Ing. Sante Astaldi, si legge dei lavori di costruzione della nuova Borgata nell’Agro Romano, la realizzazione del pozzo e dei vasconi d’irrigazione, la lottizzazione agricola, le case coloniche terminate o in corso di finitura, gli allevamenti e i servizi pubblici, con informazioni dettagliate sulla costruzione in atto della borgata semi-orticola all'inizio nel 1929, e terminata nel 1934.

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