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Cimitero delle Fontanelle (Napoli 2017)

date » 04-07-2017 20:34

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Il cimitero delle Fontanelle (in napoletano 'e Funtanelle) è un antico cimitero della città di Napoli, situato in via Fontanelle. Chiamato in questo modo per la presenza in tempi remoti di fonti d'acqua, il cimitero accoglie circa 40.000 resti[2] di persone, vittime della grande peste del 1656 e del colera del 1836.

Il cimitero è noto anche perché vi si svolgeva un particolare rito, detto il rito delle "anime pezzentelle", che prevedeva l'adozione e la sistemazione in cambio di protezione di un cranio (detta «capuzzella»),[3] al quale corrispondeva un'anima abbandonata (detta perciò «pezzentella»)

https://it.wikipedia.org/wiki/Cimitero_delle_Fontanelle

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... family vs family... (2016)

date » 07-11-2017 16:28

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foto di Diego Bardone & Bruno Panieri

Milano, 23 gennaio 2016 - Roma 30 gennaio 2016

La piazza si divide, la piazza si confronta ... in nome della famiglia.
L’articolo 29, primo comma, della nostra Costituzione dice testualmente: «la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». Forse i nostri padri costituenti avevano la vista lunga: non hanno scritto che il matrimonio è quello fra un uomo e una donna. Anzi, la Costituzione dice che la famiglia è una società naturale. È naturale un fatto che esiste in natura e non ciò che le sovrastrutture di un pensiero oscurantista vogliono trovarci.
Fino a quando in Italia quei diritti riconosciuti dovranno discriminare ciò che la natura non discrimina? È storia di questi giorni in Italia, laddove quasi ogni Paese ormai ha risolto quelle che per noi sono ancora contraddizioni portate in piazza.
Ma la piazza è divisa e i due fotografi si dividono le piazze: Milano e Roma a confronto.
Il fotografo documenta, ma non per questo il fotografo non sceglie.
Le piazze divise esprimono persone diverse; le idee sono diverse, anzi, antitetiche; ma isolate, le foto, possono anche essere equivoche. Forse potremmo, in qualche caso, anche scambiare piazza alle foto. Il fotografo potrebbe calcare la mano e dichiarare la sua scelta. Ma anche offrire un insieme di spunti, perché diventino motivo di riflessione. La piazza parla, grida, canta ... La foto parla, grida, canta.
L'augurio dei fotografi, invece, è che chi guarda "pensi" ...

Diego Bardone & Bruno Panieri

... family vs family...

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Lo stato delle cose (2016)

date » 13-06-2017 14:52

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Lo stato delle cose: un osservatorio permanente per raccontare l’Aquila e l’Italia del terremoto

Raccontare L’Aquila oggi. Testimoniare attraverso la fotografia la città che risorge, la città ostaggio della precarietà delle new town e la città dove il tempo si è fermato alla notte del 6 aprile 2009. Dare una voce e un volto all’Aquila che reagisce e lotta, giorno dopo giorno, in punta di piedi e con civile ostinazione, per mantenere la coesione sociale e riappropriarsi dei suoi luoghi, dei suoi territori e della sua identità perduta, frantumata dal terremoto.
E’ da questi presupposti che nel 2016 è nato il progetto non profit di fotografia sociale e documentaria Lo stato delle cose. Geografie e storie del doposisma, realizzato a L’Aquila, nelle sue frazioni e nei paesi del cratere sismico dal 29 maggio al 5 giugno 2016.
A realizzarlo 35 fotografi italiani che hanno condiviso l’idea di dare vita a una iniziativa interamente autofinanziata: la sfida di una grande narrazione collettiva nata con l’obiettivo di poter offrire un contributo a riaccendere l’attenzione su L’Aquila a sette anni di distanza dal sisma del 6 aprile 2009.
Finché la notte del 24 agosto 2016 ad Amatrice la terra è tornata a tremare, spezzando vite e mettendo in ginocchio il Centro Italia. E’ così che, di scossa in scossa, fino alla più devastante del 30 ottobre a Norcia la paura è entrata nell’agenda del quotidiano in quattro regioni nel cuore del Paese: il Lazio, l’Umbria, le Marche e appunto l’Abruzzo. Anche a L’Aquila dove il terrore e il disorientamento sono tornati prepotentemente all’ordine del giorno.
Uno scenario tale da imporre un ripensamento generale del progetto che intende proporsi come un osservatorio sul doposisma in Italia, avendo acquisito la consapevolezza che se documentare attraverso la fotografia equivale a una sorta di prendersi cura del cuore più fragile dell’Italia è indispensabile non smettere di farlo.
E’ per questo che si è tornati a fotografare a L’Aquila fino alla fiaccolata del 6 aprile 2017, nell’intento di prendere atto non solo degli effetti dei terremoti del 2016 e del 18 gennaio 2017 che pure hanno colpito alcuni beni culturali ma anche di quei segnali necessari di rinascita come la riaccensione di un simbolo per la città come la Fontana luminosa.
Immagini che si aggiungono alle migliaia del reportage collettivo che nel 2016 ha documentato la vita quotidiana all’interno dei quartieri satellite con le architetture sempre uguali dei Map e Progetto Case, i cantieri della ricostruzione, lo stato del recupero dei beni culturali e i luoghi della resistenza nel quotidiano. Lì dove cittadini e lavoratori aquilani vivono giorno dopo giorno in uno stato di disagio tangibile, e naturalmente i luoghi del tempo sospeso, ovvero le aree dell’Aquila e delle sue frazioni, così come dei centri dell’Aquilano, dove le lancette dell’orologio sono rimaste ancora ferme al 6 aprile 2009.
Oltre L’Aquila, allora, dalla quale tutto è partito il primo sforzo – reso possibile dall’adesione di un numero complessivo di 60 fotografi che hanno condiviso le finalità sociali e documentarie dello Stato delle cose – è così rappresentare gli effetti della sequenza di terremoti che ha devastato il Centro Italia dal 24 agosto 2016 in avanti.
L’obiettivo dello Stato delle cose, oltre la fisiologica attenzione mediatica e la conseguente onda di solidarietà all’indomani di queste catastrofi, è far sì che non si spenga l’attenzione sui luoghi colpiti dal sisma in una prospettiva di aiuto alla rinascita di questi territori, documentandone così non solo l’eloquenza tragica delle macerie ma anche le istanze e le situazioni nelle quali le comunità territoriali esprimono la loro voglia di riscatto e di riappropriarsi delle città e dei luoghi che gli appartengono.
E ancora. Dinanzi all’acquisita consapevolezza della fragilità del cuore del Paese, si è ritenuto di dover allargare lo sguardo anche a quell’altra Italia colpita dal terremoto nel passato e dove, nonostante i decenni trascorsi, le cicatrici sono ancora fresche. Ecco i reportage nei luoghi colpiti dal terremoto durante la seconda metà del Novecento: dal sisma del Belice fino a quello del 23 novembre 1980 in Irpinia. Una narrazione che non può dirsi esaustiva, naturalmente. E’ un inizio. Sono le fondamenta di un cantiere, insomma, per dare vita a un osservatorio per non dimenticare e continuare a raccontare le geografie e le storie del doposisma in Italia.
Come sono fondamenta ritornando a L’Aquila, da dove tutto è partito, quelle di “3 e 32: Immota Manet”, una sezione del progetto che mira a dare vita, qui online, a una sorta di museo virtuale del doposisma a L’Aquila, attraverso quegli sguardi d’autore che, fin dalle prime ore dopo il terremoto del 6 aprile 2009, ma anche ben oltre, si sono fermati in questa città ferita. E sono fondamenta pure quelle degli interventi, articoli e saggi nella sezione Scritture firmati da scrittori, intellettuali ed esperti che hanno a cuore le sorti dell’Italia ferita dai terremoti.
A rendere possibile il carattere “permanente” di questo osservatorio non potranno che essere le energie e gli sguardi di quanti avranno auspicabilmente voglia di continuare a documentare lo stato delle cose. A L’Aquila, ad Amatrice, a Norcia, a Visso e in quelle centinaia di luoghi altri del Paese divenuti finanche troppi per essere rappresentati nella naturale sintesi dell’informazione giornalistica.
* * *
Ideato e curato dal giornalista Antonio Di Giacomo, lo Stato delle cose è promosso e realizzato dall’associazione culturale senza fini di lucro La camera del Tempo con il patrocinio del Comune dell’Aquila e con la collaborazione dell’associazione culturale Territori, del Dipartimento di Scienze Umane e del Laboratorio di cartografia dell’Università degli studi dell’Aquila, dell’Accademia di Belle Arti dell’Aquila, del Segretariato regionale per l’Abruzzo del Ministero per i Beni culturali. Media partner è la rivista di fotografia EyesOpen! Magazine. A supportare il progetto, rendendo possibile la realizzazione di questo sito web, l’impresa di comunicazione Carucci e Chiurazzi (per il concept e design) e Shiftzero (development e digital marketing).


I miei lavori nel progetto

http://www.lostatodellecose.com/portfolios/new-town/

http://www.lostatodellecose.com/portfolios/dentro-i-map-a-casa-di-marcello/

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Barbie al Vittoriano (agosto 2016)

date » 24-08-2016 10:51

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Barbie
The Icon

Il suo vero nome è Barbara Millicent Roberts, ma per tutti è solo Barbie. Barbie è molto più di una semplice bambola. È un’icona globale, che in 56 anni di vita è riuscita ad abbattere ogni frontiera linguistica, culturale, sociale, antropologica. Per questo motivo la sua figura attrae sempre più l’attenzione come fenomeno culturale e sociologico tanto da dedicarle mostre come Barbie. The Icon che, appena conclusasi al MUDEC – Museo delle Culture di Milano, arriva a Roma al Complesso del Vittoriano - Ala Brasini dal 15 aprile al 30 ottobre 2016.
Nella sede romana sotto l'egida dell'Istituto per la Storia del Risorgimento, la mostra prodotta da Arthemisia Group e 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE in collaborazione con Mattel, curata da Massimiliano Capella, si è arricchita di nuovi prestiti dalla serie Barbie Fashionista, tra cui i modelli Curvy, Tall e Petit, che riproducono le diverse corporature femminili, e le wedding dolls della Coppia Reale inglese William e Catherine.
Barbie. The Icon racconta l’incredibile vita di questa bambola che si è fatta interprete delle trasformazioni estetiche e culturali della società lungo oltre mezzo secolo di storia, ma - a differenza di altri miti della contemporaneità che sono rimasti stritolati dal passare del tempo - ha avuto il privilegio di resistere allo scorrere degli anni e attraversare epoche e terre lontane, rappresentando oltre 50 diverse nazionalità, e rafforzando così la sua identità di specchio dell’immaginario globale.
Dal giorno in cui ha debuttato al New York International Toy Fair, esattamente il 9 marzo 1959, Barbie ha intrapreso mille diverse professioni. È andata sulla luna, è diventata ambasciatrice Unicef e ha indossato un miliardo di abiti per 980 milioni di metri di stoffa. Soprattutto Barbie è cambiata con lo scorrere del tempo, non solo delle mode o della moda, e si è trasformata per essere sempre al passo con il mondo. Ed è diventata una vera e propria icona.
Il percorso espositivo è studiato per offrire diversi livelli di lettura: alle informazioni di approfondimento storico e culturale per il pubblico adulto, si affiancano postazioni pensate per i bambini che, attraverso una serie di attività coinvolgenti, potranno approfondire la storia di Barbie.

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Alice nel Paese della Marranella

date » 23-05-2016 18:53

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Dal 2013 la festa Alice nel Paese della Marranella trasforma, per un giorno all’anno, Via della Marranella in un grande spazio aperto dedicato alle arti figurative, performative e di strada.
Quest’anno Alice si è svolta il 14 maggio.
La festa come sempre è stata strutturata come un viaggio alla scoperta del quartiere e delle sue meraviglie. Quest’anno, visto il momento storico particolarmente delicato che stiamo vivendo, il tema del viaggio è stato anche lo stimolo per una riflessione più ampia. Gli artisti che partecipano alla festa sono stati chiamati a riflettere ed indagare sul concetto di viaggio, di scoperta di altro ed altrui, di confine, di vicino e lontano.
Per il secondo anno la Festa è organizzata da una Associazione culturale nata ad hoc: Alice nel paese della Marranella. L’associazione si propone di coagulare intorno a sé le tante forze creative che compongono il complesso contesto multiculturale della Marranella e di Torpignattara e la festa di Alice, nella sua veste di evento d’arte e riqualificazione del tessuto urbano e sociale, rappresenta un’importante occasione per la valorizzazione del carattere multietnico e meticcio del quartiere.


http://www.alicenelpaesedellamarranella.flazio.com/

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Maratona di Roma 2016

date » 23-05-2016 15:26

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https://www.maratonadiroma.it/

Il percorso della Maratona di Roma 2016 presenta alcune piccole novità nella zona di partenza e arrivo. Lo start e l'arrivo sono posizionati su Via dei Fori Imperiali, all’altezza del Foro di Traiano e del Campidoglio.

Il tracciato prevede 77 cambi di direzione (nessuna curva a gomito) e circa 7,6 km di sampietrini.
Il passaggio di mezza maratona coincide con via della Giuliana.

Le due situazioni di medio impegno sono nelle brevi salite tra via Pellegrino Matteucci (circa km 3,5) e via Benzoni (circa km 4,3 a precedere il ponte Spizzichino) intervallate da una discesa, e dalle alterne pendenze di fine di Via dei Campi Sportivi - Via dell’Agonistica (2-3%) e via della Moschea (quindi da circa km 28,1 a km 28,8) alle quali segue la discesa di Via Gaudini. Sono presenti, inoltre, due leggere pendenze all'inizio di via dei Cerchi (circa km 1) e alla fine di via di Monte Brianzo (circa km 36,2). Nella parte finale del percorso, il tradizionale e impercettibile innalzamento, da via del Corso alla fine via Milano (13/14 metri lungo 3,3 km) e, a seguire, il corrispettivo in discesa da Largo Magnanapoli a Piazza Venezia (per un totale di circa 500 mt e con la discesa rilevante di Via IV novembre) per un arrivo in velocità in Via dei Fori Imperiali.

Come lo scorso anno, oltre al ritorno a San Pietro, ci sarà il suggestivo il passaggio sul Ponte Settimia Spizzichino (circa km 4,5), il Traforo Umberto I (circa km 41), via Nazionale con Largo Magnanapoli (circa km 41,5 con a destra, sullo sfondo, il Quirinale).

http://www.maratonadiroma.it/PWA_uploads/percorso-race-course-partenza-start-arrivo-finish.png

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Roma 15 febbraio 2015 - carnevale de' noantri

date » 15-02-2015 19:29

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I vestiti dei sogni

date » 07-02-2015 20:13

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A Palazzo Braschi una mostra dedicata all’eccellenza italiana dei costumi per il cinema. Protagonisti i Premi Oscar Piero Tosi, Danilo Donati, Milena Canonero e Gabriella Pescucci. Un percorso dalle origini ai giorni nostri, dalle dive del muto a "La grande bellezza".

Un’eccellenza italiana. Un’arte nell’arte. Quella dei costumi, quella degli artisti e degli artigiani che hanno fatto grande il cinema, italiano e internazionale.
Dalle dive del muto, quando il cinema italiano, già agli albori, primeggiava nel mondo, a La grande bellezza, capace di ridare al nostro cinema un nuovo Oscar.
Da Lyda Borelli – protagonista e autrice in Rapsodia satanica di scelte impareggiabili per vesti che hanno determinato un intero immaginario estetico – a Toni Servillo, emblema di un eclettismo contemporaneo manifestato anche attraverso quei tagli e quei colori di abiti già divenuti ovunque un cult.
Ma gli Oscar sono anche quelli del caposcuola Piero Tosi (alla carriera, nel 2013) e Danilo Donati (nel 1969 per Romeo e Giulietta di Zeffirelli e nel 1977 per Il Casanova di Fellini), di Milena Canonero (ben tre, il primo con Stanley Kubrick per Barry Lyndon, poi per Momenti di gloria e in anni recenti per la Marie Antoniette di Sofia Coppola), di Gabriella Pescucci (al lavoro con Martin Scorsese per L’età dell’innocenza), figure che ci guideranno alla scoperta di una mostra che vuole superare lo stereotipo della galleria di abiti, per far emergere il senso di una scuola, di una tradizione artigiana italiana che ha fatto grande il cinema, quella dei disegnatori dei costumi e di chi poi li ha realizzati, case come Tirelli costumi, Annamode, Costumi d’Arte, Devalle, Farani, Maison Gattinoni, The One, Sartoria Cesare Attolini e gli atelier Pieroni, Rocchetti, Pompei.
“I vestiti dei sogni. La scuola dei costumisti italiani per il cinema”, è il titolo di questa mostra, promossa da Roma Capitale Assessorato alla Cultura, Creatività, Promozione Artistica e Tursimo - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura, che la Cineteca di Bologna ed Equa di Camilla Morabito realizzeranno dal 17 gennaio al 22 marzo al Museo di Roma Palazzo Braschi. Sede eccezionale e location, grazie alla sua magnifica scalinata, proprio per La grande bellezza, con la cui quadreria la mostra stessa entra in un dialogo trasversale tra le arti.
Con un progetto di allestimento luci affidato a Luca Bigazzi, tra i più apprezzati direttori della fotografia del panorama contemporaneo, e realizzato da Viabizzuno, I vestiti dei sogni raccoglierà oltre 100 abiti originali, decine di bozzetti e una selezione di oggetti, tra i quali spicca l’unicum della pressa che un maestro come Danilo Donati costruì per foggiare i costumi del Satyricon di Federico Fellini.
Un doppio percorso immaginato, da un lato, lungo l’arco cronologico di un secolo, le cui tappe sono segnate dai costumisti (Caramba, Vittorio Nino Novarese, Gino Carlo Sensani, Piero Gherardi, Maria de Matteis, Piero Tosi, Danilo Donati, Gabriella Pe­scucci, Maurizio Millenotti, Milena Canonero, Pier Luigi Pizzi, Gitt Magrini); dall’altro lato, alla ricerca del lavoro del costumista in capolavori della storia del cinema che grazie ai loro abiti sono impressi nella memoria di generazioni e generazioni: ritroviamo Piero Tosi (per Matrimonio all’italiana di Vittorio De Sica), Danilo Donati (per Il Casanova di Federico Fellini e Uccellacci e uccellini di Pier Paolo Pasolini); e poi Giulio Coltellacci per La decima vittima di Elio Petri; Franco Carretti per Giù la testa di Sergio Leone; Gianna Gissi per Il marchese del Grillo di Mario Monicelli; Ugo Pericoli per Pane, amore e fantasia di Luigi Comencini; Lina Nerli Taviani per Habemus Papam di Nanni Moretti; fino alle recentissime invenzioni di Daniela Ciancio per La grande bellezza di Paolo Sorrentino; Ursula Patzak per Il giovane favoloso di Mario Martone e, in anteprima, Massimo Cantini Parrini per il prossimo film di Matteo Garrone, Il racconto dei racconti.
“I vestiti dei sogni – racconta il direttore della Cineteca di Bologna e curatore della mostra Gian Luca Farinelli – è divisa in due parti: percorso principale e col­lezione permanente. Quest’ultima è la parte più libera, in cui abbiamo scelto di collocare i costumi in un dialogo ispirato ai dipinti esposti nella collezione di Palazzo Braschi. Tra gli abiti, quelli di un film che si è appena finito di girare: i costumi realizzati da Massimo Cantini Parrini per il nuovo film di Matteo Garrone, Il racconto dei racconti. Un’opera che ancora deve vedere la luce dello schermo, e i cui abiti ci ricordano che la storia del costume cinematografico italiano ha radici antiche e un promettente futuro.
Il percorso principale, invece, porta avanti il racconto di un secolo di scuola italiana. Si snoda nelle prime dieci sale, ha un suo coronamento nel salone dedicato alla Sartoria Tirelli – a cui abbiamo dato car­te blanche, per festeggiarne il cinquantenario, nella scelta degli abiti e dei film da rappresentare – e si chiude con la stanza dedicata agli incantevoli abiti di Milena Canonero per Marie Antoinette, nel cuore dell’esposizione permanente. I nomi sono i grandi, gli imprescindibili: Caramba, Vittorio Nino Novarese, Gino Carlo Sensani, Piero Gherardi, Piero Tosi, Danilo Donati, Gabriella Pe­scucci, Maurizio Millenotti, Milena Canonero, Pier Luigi Pizzi, Gitt Magrini.
Nel racconto della mostra abbiamo dato particolare accento alle filiazioni, per­ché la denominazione di scuola che si è voluta attribuire alla tradizione italiana non è affatto arbitraria, ma affonda in un’autentica trasmissione del sapere. Novarese è allievo di Caramba; De Matteis e Gherardi di Sensani; Tosi della De Matteis, e indirettamente, attraverso Visconti, di Sensani, così Donati; Pescucci è allieva di Tosi, e Millenotti di Pescucci in quella fucina creativa che è stata ed è la Sartoria Tirelli; Canonero, infine, seppur più libera e sganciata dal contesto italiano, proprio quest’anno esordisce alla regia con un documentario su Piero Tosi: e la cosa ci pare piena di significati.
La sfida era anche quella di trovare una chiave espositiva. I costumi sono creati per vivere indossati, dagli interpreti, durante il breve tempo delle riprese – e poi per sempre nelle immagini dei film. Esibirli al di fuori di quel contesto rischia sempre di trasformarli in fiori appassiti. Per questo abbiamo chiesto a uno dei più valenti direttori della fotografia del cinema contemporaneo, Luca Bigazzi, di immaginare per i costumi esposti un percorso di luci, che è stato realizzato da un artigiano eccellente e gran speri­mentatore della luce, Mario Nanni, e dalla sua Viabizzuno. Sono luci magiche, velate naturalmente, che restituiscono alle stoffe, ai colori che abbiamo visto sullo schermo, una vita presente nella quale abbiamo il privilegio di trovarci anche noi, spettatori che avevano già conosciuto gli stessi costumi nel sogno della proiezione cinematografica”.
Il racconto della mostra “I vestiti dei sogni” potrà essere seguito attraverso un programma di attività didattiche per i ragazzi delle scuole e per gli adulti. In un percorso guidato verranno descritti e svelati, attraverso la storia del cinema italiano e dei suoi costumi, molti degli aspetti e dei meccanismi che sono dietro le quinte e caratterizzano il lavoro degli artisti che hanno confezionato e continuano a dare forma ai nostri sogni.
Curatore/i
Gian Luca Farinelli, con la collaborazione di Antonio Bigini e Rosaria Gioia

http://www.museodiroma.it/mostre_ed_eventi/mostre/i_vestiti_dei_sogni

Mario Dondero alle Terme di Diocleziano (6 gennaio 2015)

date » 06-01-2015 15:51

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Periodo:
19/12/2014 - 22/03/2015
Mario Dondero, classe 1928, tra i più grandi fotoreporter italiani di fama internazionale, si racconta attraverso circa 250 fotografie esposte nelle Grandi Aule delle Terme di Diocleziano a Roma, dal 19 dicembre 2014 al 22 marzo 2015.
Quattro le sezioni, curate da Nunzio Giustozzi e Laura Strappa, in cui si riconoscono i momenti storici che hanno segnato il secolo scorso, così come i luoghi e i personaggi alla ribalta sulle pagine di quotidiani e periodici che hanno scandito i cambiamenti da quegli anni ad oggi.

http://archeoroma.beniculturali.it/mostre/mario-dondero

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https://www.brunopanieriphoto.it/diario-d

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