Porta di Roma (2017)

Porta di Roma, storia esemplare
di pianificazione tradita


Così gli appetiti degli immobiliaristi hanno stravolto le indicazioni degli urbanisti. Doveva essere un polo direzionale si è trasformato in uno dei più grandi centri commerciali d'Europa. La prevista linea della metro non arriverà mai e al posto degli uffici sono sorte palazzine di appartamenti. Rimasti invendutiROMA - Porta di Roma è l'ingresso nella Capitale per chi viene da Nord, una fungaia di palazzi affacciati sul Gra. È un quartiere non ancora completato, nonostante l'avvio della costruzione risalga al 2007. E, nelle intenzioni del Campidoglio, quando sindaci erano Francesco Rutelli e Walter Veltroni, sarebbe dovuta essere una delle 18 centralità previste dal Piano regolatore. Una città nella città. Ma le intenzioni sono rimaste in gran parte tali, lamentano comitati e associazioni di cittadini. Era previsto, per esempio, che un quarto dell'edificato fosse destinato a centri direzionali pubblici e privati. Porta di Roma è invece un quartiere quasi solo di residenza, abitato appena per metà, il cui cuore è uno dei più grandi centri commerciali d'Europa.

Idea lungimirante. Il Piano regolatore del 1962 prevedeva che qui, nel punto di confluenza dell'Autostrada del Sole nel Gra, sorgesse un polo logistico. Un luogo, quello della Bufalotta, in cui venivano scaricate dai tir le merci provenienti da fuori, merci che poi sarebbero state smistate con mezzi più leggeri in città. Un'idea sensata e lungimirante. All'inizio degli anni Novanta, però, i nuovi proprietari dell'area, due gruppi emergenti sulla scena immobiliare romana e non solo, Lamaro e Parsitalia, valutarono che quella destinazione d'uso non garantiva sufficienti margini di profitto. E cominciarono a premere sul Campidoglio perché la si potesse modificare. Il mercato esige i suoi diritti e quel che serve alla città può attendere. Nel frattempo prendeva forma l'idea di strutturare Roma in 18 centralità. Bufalotta sarebbe stata una di queste, una fra le più grandi. E sarebbe diventata la Porta di Roma. L'accordo fra l'amministrazione di Francesco Rutelli e i proprietari fu di realizzare un quartiere su 330 ettari di terreno dove l'edificato ne avrebbe occupati 65. Sarebbe stata allestita un'area verde di 150 ettari, il Parco delle Sabine (ma la Bufalotta, prima che atterrassero i palazzi, era tutta verde) e lì si sarebbe attestata una diramazione della linea B della metropolitana. L'intesa prevedeva che solo il 38 per cento fosse destinato ad abitazioni che avrebbero ospitato circa 10mila persone. Il 21 per cento era adibito a servizi turistico-ricettivi. Il 25 per cento a funzioni direzionali pubbliche e private.

Cambi di destinazione. Sull'estremo Nord del Gra sarebbe sorto un quartiere moderno, anche se non proprio il polo logistico che s'immaginava. Avrebbe dato comunque ossigeno, servizi e qualità agli insediamenti di edilizia pubblica degli anni Settanta, le torri di Nuova Fidene e di Castel Giubileo, le cui sagome svettavano sul Gra. E anche ai quartieri abusivi che si erano caoticamente disposti appena dentro e appena fuori il raccordo anulare. A tempi record fu anche realizzato un nuovo svincolo del Gra.
Ma anche quell'accordo sarebbe saltato. Insieme a Lamaro e a Parsitalia altri costruttori si sarebbero gettati nell'impresa, fra questi Caltagirone e Mezzaroma. Veniva invocato un altro cambio di destinazione d'uso: i servizi e la ricezione turistica diventavano residenza. Più si andava avanti nell'edificazione più sulle colline della Bufalotta si sistemavano solo palazzine solcate da grandi strade sinuose che volenterosamente chiamano boulevard e che convergono nella piazza del quartiere, il centro commerciale con l'Ikea, Decathlon, Leroy Merlin e altri colossi della distribuzione.

Quartiere dormitorio. Niente centri direzionali, niente servizi o funzioni pubbliche: il mercato delle aree, che tutto governa, sconsigliava di trasferirli alla Bufalotta, luogo inaccessibile se non in machina, dove la fermata della metropolitana non sarebbe mai arrivata. E se fosse arrivata sarebbe costata l'ira di dio, settecento milioni per una tratta di quasi quattro chilometri dalla stazione di Conca d'Oro, una linea in massima parte realizzata con soldi dei privati che in cambio avrebbero ottenuto altre cubature: una specie di spirale infinita.
La mescolanza di funzioni che sola rende possibile l'effetto città si allontanava definitivamente. Ora Porta di Roma, con le sue palazzine affacciate sul Gra, è solo un quartiere residenziale e commerciale, ancora non ultimato e con molti appartamenti invenduti e vuoti, esemplare paradosso del più grande paradosso romano per cui in città a 250mila appartamenti non abitati (stando a una stima di Legambiente) corrispondono circa 30mila famiglie che non hanno casa, segno di quanto a Roma si costruisca non per soddisfare un fabbisogno, ma per altre ragioni. Un tempo Porta di Roma lo avrebbero chiamato quartiere dormitorio.

01 luglio 2013 - La Repubblica - di FRANCESCO ERBANI

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